Google, DARPA e corpi che si autenticano

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Il problema dell’autenticazione degli utenti, quindi della sicurezza dei dati personali è sempre più sentito sia da chi fornisce un servizio, che da chi ne usufruisce.

Le autenticazioni per forti che siano hanno sempre delle lacune:

1. La segretezza delle password, di qualsiasi origine esse siano
2. La segretezza delle chiavi dei protocolli sicuri
3. La possibilità di essere violati i server che offrono i servizi
4. La possibilita di essere violati i device da cui si accede ai servizi

Esistono altre possibilità ma già queste sono molto, se poi consideriamo che molti algoritmi di sicurezza sono violabili da altre entità la “certa” sicurezza praticamente non esiste.

Credo che un sistema di autenticazione certa possa basarsi su risposte che solo un utente sia in grado di fornire, risposte a domande sempre diverse, senza una correlazione tra le une e le altre, ma in questo disegno dell’autenticazione il vero problema è costituito da come un terzo potrebbe comprendere che le risposte siano quelle corrette, senza averle prima memorizzate. Nel caso le risposte fossero memorizzate saremmo esposti agli stessi identici problemi di cui abbiamo già parlato.

Ricercando a che punto siamo sull’innovazione dei metodi di autenticazione, mi sono imbattuto nel visione di Regina Dugan prima direttore del DARPA, poi si occupata della ricerca in tecnologia avanzata per Google. In questo contesto mira ad un nuovo modello di autenticazione degli utenti basato su microchip per il corpo umano, una tecnica molto raffinata che prima che dare sicurezza di autenticazione potrebbe renderci tutti tracciabili e ovunque.

Queste tecnologie possono portare grandi benefici, ma il vero problema che non sono controllabili dai molti, che possono innestare nuova tecnologia senza comprenderne a fondo il vero significato e utilizzo, credo che il primo passo per aprire le porte a tecnologie di questo tipo, sia rilasciare i progetti e tutta la documentazione relativa alla consultazione della rete e di favorire la collaborazione, al fine che lati oscuri siano resi noti.

Impiantare tecnologia nel proprio corpo senza poter controllare di cosa si tratti e come possa essere utilizzata è un atto di estrema fiducia, quasi un atto di fede.

Credo che anche se inviassimo un segnale unico del nostro cervello a fronte di qualsiasi tipo di stimolo, la difficoltà non sarebbe nel inviare la codifica del segnale, ma la vera difficoltà sarebbe costituita da parte dell’autenticatore nel comprendere che quel segnale sia stato generato dal nostro cervello, senza avere già provato quello stesso stimolo e senza avere memorizzato la risposta. Quindi questa tecnologia non credo possa valere più di altre se non per altri motivi che credo possano essere ovvi.

La tecnologia una passione e un lavoro. La ricerca di soluzioni semplici a problemi spesso difficili cercando di osservare sempre oltre gli schemi comuni.

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Pubblicato su Visione

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Parlo dell'uso creativo della tecnologia e d'innovazione, esprimo opinioni e visioni dei nuovi ed esistenti servizi e prodotti tecnologici.

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